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22 Settembre 2011

RAMPICONERO 2011-LA MIA PRIMA VOLTA
Di Giorgio Amici
Resoconto della prima uscita ufficiale in mtb del nostro amico Vincenzo Trovarelli, per gli amici "DOC" (Articolo scritto dal protagonista)


Dopo una dura estate di allenamento sul lungomare di San Benedetto ed un’unica uscita in salita fino alla “vetta” dell’ex Seminario di Carpineto mi sento pronto per uscire con l’Ascoli Bike Team e decido di partecipare alla RampiConero 2011. Il programma sembrava adatto alle mie possibilità: passeggiata ecologica ridotta di 20 km, partecipazione aperta agli escursionisti, capillare dispiegamento lungo il percorso di ambulanze della Croce Gialla.
Sveglia alle 5 del mattino: d’accordo le grandi imprese cominciano all’alba, ma sono andato a dormire all’1.30 dopo una cena con ballo. A fatica riesco a riempire lo zaino; le previsioni di qualche giorno fa davano pioggia e decido di portarmi vestiti pesanti ed impermeabili: ci saranno sole e 40°C di temperatura per tutto il giorno. Indosso la mia tutina nuova dell’ABT, che fa un po’ di fatica a contenere i miei 98 Kg e mi appresto a raggiungere il punto di raduno a Villa Pigna. Avevo deciso di andarci pedalando, per evitare un problematico trasporto della bici in auto; quindi chiudo lo zaino e rimango con la cerniera in mano. Ingiurio qualche santo, cerco un altro zaino, lo indosso (al contrario), mi rendo conto che è ancora notte fonda e le MBT non hanno fari e raggiungo il furgone in colpevole ritardo.
Gli altri cinque avventurosi mi salutano e si parte per Camerano. Viaggio piacevole, gente simpatica. All’arrivo parcheggiamo a ridosso del cimitero: la cosa non mi sembra proprio ben augurale. Siamo di 2 ore in anticipo sulla partenza: mi spiegano che nel pre-gara c’è da fare tutta una preparazione “particolare”. Ungono catene, controllano ammortizzatori e qualcuno provvede pure a riagganciarmi il freno anteriore che era stato smontato per sfilare la ruota. Poi cominciano quelle che chiamano “alchimie”: Sali minerali, vitamine, amminoacidi cornuti e ramificati, maltodestrine. Io sono della vecchia scuola: mi sono portato mezzo chilo di cioccolato “Giammarini” e riempio la borraccia alla fontana del cimitero. Decidiamo poi di “salire” verso il centro di Camerano per prenderci un cafè. Il bar dista meno di un chilometro, ma pure dando fondo a tutte le mie energie rimango indietro e rischio di perdermi. Gli altri prendono solo il cafè, io ho bisogno di recuperare e mi faccio un cappuccino pasta. Hanno fretta di tornare e non mi fanno bissare.
Cominciano le procedure di partenza. 1050 partecipanti! Ma allora è una cosa seria! Mi registro, mi danno un numero, un kg di pasta ed un segnalatore da caviglia che immagino possa facilitare le operazioni di recupero del mio corpo qualora finisse nel fondo di un burrone.
Finalmente sono in griglia insieme agli altri “cicloturisti” ed “escursionisti”. A dire il vero sembrano tutti più giovani ed atletici di me; anzi, sono il più grasso di tutti e la mia bici in confronto delle altre sembra quella di un bersagliere alla breccia di Porta Pia. Non importa, sono qui per divertirmi. Partenza. Dopo i primi due chilometri di discesa, comincia una bella salita e non mi diverto più. Conquisto rapidamente la posizione a me consona: un metro davanti alla moto col cartello “fine gara”. Riuscirò a difendere il piazzamento fino al termine della corsa.
Al primo rifornimento un ragazzo gentilmente mi chiede: “acqua?” e io: “no, estrema unzione”; tutti si divertono. La gara continua, ci sono molte postazioni di controllo dove si raduna un po’ di gente e verso cui il mio amico motociclista urla: “questo è l’ultimo”. Lo vorrei invitare a rispettare la mia privacy, ma non ho il fiato per dirglielo. I problemi iniziano quando agli incroci in cui è stato bloccato il traffico, gli automobilisti realizzano che hanno aspettato 10 minuti in più affinché passasse il sottoscritto: come non condividere le loro ingiurie? Mi sono iscritto come cicloturista e pensavo di poter andare a velocità cicloturistica, ma l’esortazione di uno del pubblico in anconetano mi fa ricredere: “Nun ce venete se non sete allenati”.
Del tanto decantato panorama della “passeggiata ecologica” vedo solo la mia ruota davanti. Un paio di difficili discese mi fanno scendere dai pedali, mi cammino anche qualche tratto in salita e mi sdraio sull’erba un paio di volte. All’ultimo rifornimento, con disponibilità di acqua, sali, frutta dolci, pizza ed affettati, uno degli organizzatori mi guarda e mi dice. “mo te lo do io quello che ti serve” e tira fuori un boccione da 5 litri di “Rosso Conero”. Me ne versa un bicchiere dicendo: “bevi, bevi, che fa buon sangue”. Non so se sarà realmente efficace per il mio emocromo, ma a tagliarmi le gambe è stato un attimo. Nell’ultimo chilometro in salita, con pendenze anche del 18%, mi sono sentito vicino a Dio. Nel senso che mi sembrava di scalare la collina del Golgota portando in canna il Cristo con tutta la croce.
A metà salita in una folata di vento mi superano il primo ed il secondo del percorso lungo. La folla quando passo mi incita: pensano sia il terzo. Ce la metto tutta per mantenere l’illusione, ma dopo poco cedo di schianto, mi appiedo e mi giustifico: “non vi sbagliate, io sono l’ultimo”. Rimonto in sella negli ultimi metri prima del traguardo. Lo speaker annuncia il mio arrivo con un po’ di schifo, ma sono orgoglioso di me stesso: sono riuscito a finire il percorso.
Al ristoro dell’arrivo mi rifocillo in maniera esagerata: e stata tanta la fatica che ho bisogno di compensare liquidi, sali, calorie e psiche. In mezzo agli spettatori, che mi osservano come fossi un giamaicano che gareggia nel bob, mi metto ad aspettare gli altri del team. Lo faccio con un po’ di senso di rivalsa, come a voler dire: “Io sono un cesso, ma nella mia squadra c’è gente forte”. Aspetto, ma non arriva nessuno. Dopo un paio d’ore siamo di nuovo tutti insieme. Uno in ipossia mi è passato davanti senza riconoscermi, un altro è caduto due volte, un altro ancora sviene nel furgone. Li invito a prendere più seriamente questo sport e ad allenarsi meglio, altrimenti potrei iscrivermi nell’associazione di Castel Trosino che sono stati più bravi. Minacciano di lasciarmi a Camerano e comprendo che in questo momento non hanno lo spirito per cogliere la mia ironia.
E finalmente riesco a farmi una bella doccia, magari un po’ troppo promiscua, ma la repulsione che provo verso i corpi maschili nudi dai quali sono circondato mi rassicura sulla mia etero-sessualità. Lavati e cambiati ci rechiamo al pasta party; l’atmosfera è festosa e si intrecciano i racconti dei momenti di gara più epici. Le ultime risate sul furgone al ritorno e ci salutiamo col proposito di ritrovarci a Lapedona per la prossima gara.


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